Nati il 4 Luglio
I Padri Fondatori volevano una One nation under God? Si, ma anche no
Ormai lo saprete: oggi non è solo il 4 luglio, una delle festività civili più importanti per gli Stati Uniti. Quest’anno ricorrono anche i 250 anni di ciò che questa data celebra, ossia la Dichiarazione d’Indipendenza del 1776. Una ricorrenza che da mesi viene anticipata, organizzata e programmata, in particolare dall’amministrazione Trump, con un’inflessione tutta particolare, piegata alle logiche vagamente — ma nemmeno troppo — nazionalistiche e MAGA che questa amministrazione sembra applicare ormai a ogni contesto.
La Dichiarazione d’Indipendenza rappresenta uno di quei testi che non appartengono soltanto alla storia politica di un paese, ma al suo immaginario. Pochi documenti sono stati riletti, citati, invocati, deformati e sacralizzati quanto la Dichiarazione del 1776. E pochi anniversari sembrano arrivare, oggi, in un momento così adatto a trasformare la memoria in terreno di battaglia.
In particolare, c’è un tema che ciclicamente riemerge nel dibattito pubblico americano e che, sempre più negli ultimi anni, è stato presentato da alcuni ambienti politici e religiosi non come una tesi da discutere, ma come un dato di fatto, un dato storico incontrovertibile: la presunta fondazione cristiana degli Stati Uniti per volontà dei Padri Fondatori.
Il dibattito sulle intenzioni dei Founders rispetto al ruolo pubblico della religione esiste da molto tempo. Ma, come ha scritto Peter Smith in un recente articolo per l’Associated Press, l’avvicinarsi del 250° anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza lo ha ulteriormente intensificato. Da un lato, attivisti e autori cristiani stanno rilanciando con forza l’idea che gli Stati Uniti abbiano avuto una fondazione cristiana. Dall’altro, molti studiosi ricordano che la Costituzione non stabilisce alcuna religione ufficiale e che alcuni tra i Padri Fondatori più influenti non erano cristiani in senso dottrinale pieno o ortodosso. E tuttavia, aggiunge Smith, nemmeno l’immagine opposta regge del tutto: la maggior parte dei Founders non era composta da deisti freddi e distaccati, né da scettici antireligiosi. Molti credevano nella preghiera, nell’intervento della Provvidenza nella causa rivoluzionaria, e nel ruolo positivo della religione nella formazione di cittadini morali. Più che una nazione cristiana in senso confessionale, contribuirono a creare una sorta di mercato religioso aperto, nel quale il cristianesimo, insieme ad altre tradizioni, avrebbe poi prosperato.
E quindi: gli Stati Uniti sono nati come una nazione cristiana?
La risposta breve sarebbe: no. Ma la risposta breve, in questo caso, non basta. Perché non si tratta soltanto di stabilire che cosa pensassero davvero George Washington, Thomas Jefferson, John Adams, Benjamin Franklin o gli altri protagonisti della fondazione americana. Il punto è capire perché, nel 2026, questa domanda venga riproposta con tanta insistenza, da chi, e con quali conseguenze politiche.
Nelle settimane e mesi che hanno preceduto il 250° anniversario, il linguaggio religioso della fondazione è tornato infatti al centro della scena pubblica. A maggio, durante un grande evento cristiano organizzato a Washington nell’ambito delle celebrazioni per America 250, diversi esponenti dell’amministrazione Trump hanno raccontato episodi della storia americana come momenti di intervento provvidenziale: Dio che protegge, guida, salva, orienta il destino della nazione. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha affermato che l’America sarebbe stata fondata come “Christian nation”, una nazione cristiana, e che questa identità sarebbe inscritta nel suo “DNA”.
È un’immagine potente. Ed è proprio per questo che va presa sul serio perché funziona. Funziona come racconto, come gesto politico, come forma di appartenenza. Dire che l’America è una nazione cristiana non significa soltanto avanzare una tesi sul XVIII secolo. Significa dire qualcosa sull’America di oggi: su chi ne rappresenta l’identità autentica, su quali valori debbano essere considerati originari, su quali cittadini possano sentirsi pienamente dentro la storia nazionale e quali, invece, rischino di apparire come presenze successive, tollerate, periferiche.
Nell’articolo dell’Associated Press, Smith ricostruisce bene questa ambivalenza. Da un lato, gli Stati Uniti non furono fondati come una repubblica cristiana in senso confessionale. La Costituzione non stabilisce una religione ufficiale, vieta i test religiosi per accedere alle cariche pubbliche e, con il Primo Emendamento, proibisce l’istituzione di una religione nazionale. Dall’altro lato, come detto, sarebbe altrettanto sbagliato immaginare i founders come un gruppo compatto di razionalisti secolarizzati, anticlericali o indifferenti alla religione. Si riteneva che la religione fosse importante per la vita pubblica. Non perché lo stato dovesse imporre una dottrina, ma perché la religione era considerata una fonte di virtù, disciplina morale, responsabilità civica. La nuova repubblica aveva bisogno di cittadini capaci di autocontrollo, senso del dovere e orientamento morale. In questo senso, la religione appariva a molti come una risorsa sociale indispensabile.
La storia religiosa della fondazione americana non è dunque una linea retta. Non è il racconto di un’origine cristiana poi tradita dal secolarismo moderno. Ma non è nemmeno il racconto opposto, cioè quello di una fondazione puramente laica, razionalista, impermeabile alla religione. È una storia molto più sfumata, fatta di compromessi, ambiguità, linguaggi condivisi e silenzi strategici.
Prendiamo la Dichiarazione d’Indipendenza. Il testo parla di diritti concessi dal “Creatore”, invoca la “divina Provvidenza” e fa riferimento alle “leggi della natura e del Dio della natura”. È un lessico religioso, certamente. Ma non è un lessico specificamente confessionale. Non parla di Cristo, di Chiesa, di Bibbia, di protestantesimo, di salvezza. Usa invece formule capaci di tenere insieme sensibilità diverse: cristiane, illuministiche, razionalistiche, genericamente teistiche.
La Costituzione, poi, è ancora più significativa proprio per ciò che non dice. Non fonda lo stato su Dio. Non cita la Bibbia come fonte del diritto. Non nomina il cristianesimo. Non richiede che i funzionari pubblici professino una fede. Agli occhi di alcuni contemporanei, questa assenza era persino scandalosa: c’erano critici della Costituzione che le rimproveravano di essere troppo poco religiosa.
Ed è qui che entra in gioco il Primo Emendamento, e con esso quel “wall of separation”, quel “muro di separazione” tra Chiesa e Stato che Thomas Jefferson avrebbe formulato in una lettera del 1802 ai battisti di Danbury:
“I contemplate with solemn reverence that act of the whole American people which declared that their legislature should ‘make no law respecting an establishment of religion, or prohibiting the free exercise thereof,’ thus building a wall of separation between Church & State.”
Il Primo Emendamento conta solo 45 parole, ma contiene in sé alcuni dei principi più importanti dell’intero sistema costituzionale americano. Il Bill of Rights venne scritto e promulgato per fissare dieci emendamenti alla Costituzione che proteggessero diritti e libertà dei cittadini nei confronti del governo e delle istituzioni, e regolassero più in generale il rapporto tra sfera statale e sfera pubblica.
Il Primo Emendamento non stabilisce soltanto la separazione tra Stato e Chiesa. Stabilisce anche il principio della libertà religiosa, insieme alla libertà di espressione, di stampa, di assemblea e di petizione. Nella sua formulazione classica:
“Il Congresso non promulgherà leggi per il riconoscimento ufficiale di una religione, o che ne proibiscano la libera professione; o che limitino la libertà di parola, o della stampa; o il diritto delle persone di riunirsi pacificamente in assemblea e di fare petizioni al governo per la riparazione dei torti.”
La prima parte, in appena una manciata di parole, contiene i due principi che definiscono e regolano la libertà religiosa e i rapporti tra Stato e confessioni religiose: l’Establishment Clause, cioè la clausola che impedisce il riconoscimento ufficiale di una religione di Stato, e la Free Exercise Clause, cioè la clausola che tutela il libero esercizio della pratica religiosa. A questi due principi si aggiunge l’articolo VI della Costituzione, che vieta il test religioso, ossia l’obbligo di appartenere a una determinata confessione per poter accedere a cariche pubbliche.
E tuttavia, anche qui, la questione è meno semplice di quanto possa sembrare. Perché al bilanciamento tra separazione tra Chiesa e Stato e presenza pubblica della religione bisogna aggiungere un altro elemento decisivo: la cosiddetta religione civile americana.
Con questa espressione si intende quell’insieme di simboli, formule e riferimenti religiosi che permeano la retorica politica statunitense: un costante ricorso a immagini e linguaggi religiosi che rimandano a una dimensione trascendente della nazione, e a una visione dell’esperienza storica americana in termini vocazionali, quasi provvidenziali. Se questa visione ha certamente a che fare con aspetti radicati della cultura statunitense, come il manifest destiny e l’eccezionalismo americano, è anche vero che il suo consolidamento nell’immaginario condiviso ha ricevuto una fortissima propulsione in tempi relativamente recenti.

È soprattutto dagli anni Cinquanta, infatti, con la presidenza Eisenhower e nel contesto delle prime fasi della Guerra fredda — anche se, come ha mostrato lo storico Kevin Kruse, entrarono in gioco anche altri fattori economici, sociali e politici — che una certa retorica dell’America come nazione religiosa, e più specificamente come nazione cristiana, si è affermata con particolare forza.
Nel discorso di accettazione della nomination alla Convention nazionale repubblicana del 1952, Eisenhower promise che la campagna elettorale sarebbe stata una “grande crociata per la libertà”. Si incontrava spesso con il reverendo Billy Graham per ricevere guida spirituale e gli confidò di pensare che uno dei motivi per cui era stato eletto fosse quello di contribuire a guidare spiritualmente il paese: “Abbiamo bisogno di un rinnovamento spirituale”. Nel giorno dell’insediamento, Eisenhower guidò i presenti in “una piccola preghiera” che aveva composto quella stessa mattina. La prima domenica di febbraio divenne il primo presidente a essere battezzato mentre era in carica. Quattro giorni dopo fu l’ospite d’onore alla prima National Prayer Breakfast, destinata a diventare una tradizione annuale.
Nel 1954 il Congresso aggiunse la formula “under God” al Pledge of Allegiance. Una formula simile, “In God We Trust”, fu inserita per la prima volta su un francobollo nello stesso anno e poi sulla carta moneta l’anno successivo; nel 1956 divenne il motto ufficiale della nazione.
Secondo Kruse, durante l’era Eisenhower agli americani venne detto, più e più volte, che gli Stati Uniti non solo avrebbero dovuto essere una nazione cristiana, ma che lo erano sempre stati. E questo ebbe un impatto profondo. La percentuale di americani che dichiaravano di appartenere a una chiesa era stata piuttosto bassa nel corso del diciannovesimo secolo, sebbene fosse lentamente aumentata dal 16% nel 1850 al 36% nel 1900 e al 49% nel 1940. Nel decennio e mezzo successivo alla Seconda guerra mondiale, tuttavia, la percentuale raggiunse il 57% nel 1950, per poi toccare il picco del 69% alla fine del decennio, un massimo storico.
Una singola presidenza, dunque, sebbene dentro un contesto storico-sociale molto preciso, contribuì a trasformare profondamente tanto la religiosità pubblica quanto il modo in cui la nazione raccontava se stessa.
Il problema nasce quando questa complessità storica e culturale viene compressa in uno slogan: “America was founded as a Christian nation”. Una formula semplice, efficace, immediata. E proprio per questo insidiosa.
Perché fa due operazioni contemporaneamente. Prima prende la presenza reale, fortissima, della religione nella cultura politica americana del Settecento e la trasforma in fondazione cristiana dello stato. Poi prende questa presunta fondazione cristiana e la usa per legittimare progetti politici contemporanei: dalla ridefinizione della libertà religiosa alla battaglia contro la separazione tra chiesa e stato, dalla scuola pubblica alla simbologia nazionale, fino all’idea che il cristianesimo debba avere un posto privilegiato nel racconto ufficiale dell’identità americana. È così che il passato diventa un’arma politica.
O, per usare l’espressione dello storico John Fea, un “usable past”, un passato utilizzabile. Andiamo nel passato cercando ciò che ci serve nel presente. Non sempre per capire meglio ciò che è accaduto, ma per trovare genealogie, legittimazioni, antenati, autorizzazioni simboliche. Il passato diventa così una riserva di immagini e frasi da mobilitare: Washington che prega, i proclami di ringraziamento, il linguaggio della Provvidenza, i riferimenti al Creatore, la religiosità delle colonie puritane, il mito della “city upon a hill”.
Tutti elementi reali. Ma il punto, come sempre, è come vengono assemblati.
Perché si può raccontare la storia americana partendo dalle preghiere pubbliche, dai revival evangelici, dalle chiese coloniali e dai presidenti che invocano Dio. Oppure si può raccontarla partendo dalla Costituzione, dal divieto di test religiosi, dal Primo Emendamento, dalle minoranze perseguitate, dalla pluralità confessionale, dalla schiavitù, dalla violenza contro le popolazioni native, dall’assenza di un riferimento cristiano esplicito nel testo costituzionale.
Questo è il punto che il mito della Christian nation tende a cancellare. La religione può avere plasmato in profondità la cultura americana senza che gli Stati Uniti siano stati fondati come stato cristiano. I founders possono aver considerato la religione una risorsa morale indispensabile senza aver voluto creare una repubblica confessionale. Il linguaggio della Provvidenza può essere stato parte del lessico politico della fondazione senza trasformare la Costituzione in un documento cristiano. Entrambi i racconti contengono frammenti veri. Ma non producono lo stesso significato politico.
E tuttavia, nel dibattito pubblico, questa differenza si perde facilmente. Anche perché il mito della Christian nation funziona. Offre una versione ordinata e rassicurante dell’origine: l’America sarebbe nata con una vocazione chiara, cristiana, morale, provvidenziale. I conflitti successivi — secolarizzazione, pluralismo religioso, immigrazione, diritti civili, femminismo, battaglie LGBTQ+, trasformazioni demografiche — possono allora essere raccontati come deviazioni da un’identità originaria. Il problema non sarebbe la complessità della democrazia americana, ma la perdita di un fondamento.
In questa narrazione, il cristianesimo non è soltanto una religione. Diventa il nome di un ordine perduto.
Ed è anche per questo che la questione non resta confinata agli storici. Secondo un rapporto del Pew Research Center del 2022 citato dall’Associated Press, sei adulti americani su dieci pensano che i founders intendessero originariamente creare una nazione cristiana. È un dato importante, perché mostra quanto questa idea non sia soltanto una tesi da convegno, o uno slogan da comizio, ma una convinzione diffusa, già sedimentata nell’immaginario pubblico.
È per questo che la domanda “gli Stati Uniti sono nati come una nazione cristiana?” non riguarda soltanto il 1776. Riguarda il 2026. Riguarda il modo in cui l’America affronta il proprio anniversario in un momento di fortissima polarizzazione politica, culturale e religiosa. Riguarda chi può dire “noi” quando parla della nazione, quali memorie vengono celebrate e quali vengono lasciate ai margini e la differenza tra riconoscere il ruolo storico della religione e trasformare quel ruolo in una pretesa di possesso.
Dire che la religione ha profondamente plasmato la storia americana è corretto. Dire che il cristianesimo ha avuto un peso enorme nella cultura, nella politica, nei movimenti sociali, nella retorica presidenziale, nelle lotte morali e nelle contraddizioni degli Stati Uniti è persino ovvio. Senza la religione non si capisce una grande parte degli Stati Uniti. Ma riconoscere l’importanza della religione non significa accettare l’idea che lo stato americano sia stato fondato come stato cristiano.

Anche perché, se davvero vogliamo parlare di origini, allora bisogna decidere quali origini contano. Il 1776? La Costituzione del 1787? Il Bill of Rights? Le colonie puritane del Seicento? Le carte coloniali della Virginia e del Massachusetts, che parlavano anche di diffusione del Vangelo? Oppure le comunità perseguitate, le minoranze religiose, gli schiavi africani, le popolazioni native decimate da un sistema coloniale che spesso si raccontava anche attraverso un linguaggio cristiano?
La domanda “i founders volevano una nazione cristiana?” sembra semplice, ma non lo è nemmeno nei suoi presupposti. Chi sono i founders? Qual è il momento della fondazione? E quale parte della storia decidiamo di considerare centrale?
Fea, nell’articolo dell’Associated Press, fa una domanda molto utile: certo, ci furono preghiere pubbliche e riferimenti religiosi nei momenti importanti della nuova repubblica. Ma erano davvero il centro della storia? O il centro, quando gli Stati Uniti dichiararono l’indipendenza, aveva più a che fare con tasse, rappresentanza, potere imperiale, commercio, autonomia politica, conflitto con la corona britannica?
Anche qui, il punto non è scegliere una sola causa e cancellare tutto il resto. Il punto è non trasformare un elemento vero in una spiegazione totale.
Il 250° anniversario rende questa distinzione ancora più importante. Gli anniversari nazionali non sono mai soltanto commemorazioni. Sono momenti in cui una comunità politica decide quali storie raccontare su se stessa. Nel caso americano, il 4 luglio è sempre stato anche un rito civile: bandiere, fuochi d’artificio, discorsi, padri fondatori, libertà, sacrificio, destino. Nel 2026, però, questo rito civile si intreccia in modo particolarmente evidente con una domanda religiosa: quale Dio, quale nazione, quale passato?
La risposta del Christian nationalism è semplice: il Dio cristiano, la nazione cristiana, il passato cristiano.
La storia, però, è sempre più complessa.
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