Minoranze In/Visibili
Due storie di religione, burocrazia e sospetto
“Other Religion.”
“Foreign Terrorist Organization.”
La prima è una categoria così generica da cancellare quasi ogni differenza. La seconda è un’etichetta così pesante da oscurare tutto il resto. Nelle ultime settimane, due notizie apparentemente molto lontane hanno mostrato come, negli Stati Uniti, le minoranze religiose possano trovarsi strette tra questi due estremi: essere considerate troppo poco visibili per ottenere protezione oppure diventare così visibili da essere identificate con una minaccia.

Quando una religione scompare (dai dati)
La prima vicenda riguarda il Pentagono. Nel maggio corso, il Dipartimento della Difesa ha ridotto drasticamente il numero dei codici utilizzati per registrare l’appartenenza religiosa del personale militare: da più di duecento categorie a trentuno. Tra quelle scomparse c’è “Native American Religion”, confluita nella voce residuale “Other Religion”.
Non significa che ai militari nativi sia stato proibito di praticare la propria religione. Non significa nemmeno che non possano più indicarla sulle piastrine di riconoscimento. I codici riguardano invece il database demografico centrale delle forze armate: una di quelle infrastrutture amministrative poco visibili che sembrano limitarsi a ordinare informazioni, ma che contribuiscono concretamente a stabilire quali persone e quali esigenze un’istituzione sia in grado di vedere.
Il Pentagono ha presentato la riforma come una razionalizzazione. Secondo i dati diffusi dal Dipartimento della Difesa, l’82 per cento del personale che dichiara un’affiliazione religiosa utilizzava soltanto un ristretto numero di codici. Il sistema precedente sarebbe quindi diventato troppo frammentato, poco pratico e difficile da gestire.
Ma i codici non servono soltanto a compilare statistiche. Permettono alle forze armate di stimare la presenza delle diverse tradizioni, organizzare l’assistenza spirituale, programmare le festività, rispondere a esigenze alimentari o rituali e predisporre pratiche funerarie appropriate. Le religioni numericamente maggiori dispongono già di cappellani, strutture e procedure consolidate. Per quelle più piccole, invece, una categoria distinta può essere l’unica traccia amministrativa della loro esistenza.
Eliminare il codice non equivale dunque a vietare una religione. Significa però rendere più difficile sapere quanti siano i suoi praticanti, dove prestino servizio e quali necessità abbiano. Se una tradizione scompare dai dati, diventa anche più difficile giustificare la formazione di personale competente, l’assegnazione di risorse o la preparazione di cerimonie specifiche. L’istituzione continuerà eventualmente a rispondere quando un singolo militare presenterà una richiesta. Ma non sarà più altrettanto capace di prevederla.
È quanto accadde nell’agosto del 2024, quando l’esercito organizzò a Fort Gregg-Adams, in Virginia, quello che definì il primo servizio di culto nativo ufficialmente autorizzato della propria storia. Si trattava di una cerimonia di purificazione con la salvia, guidata non da un cappellano formato nella tradizione, ma da un sergente che aveva dovuto prima spiegare ai cappellani della base che cosa fosse necessario fare. Per finanziare il rito, l’ufficio competente dovette creare una voce contabile specifica.
L’episodio fu presentato come un passo avanti. Mostrava però anche il limite di un sistema che non dispone degli strumenti per riconoscere autonomamente una pratica religiosa e interviene soltanto quando qualcuno è abbastanza informato, determinato e insistente da renderla comprensibile all’istituzione.

Una storia più antica della burocrazia
Per le religioni native, il problema non è nuovo. Come ricorda Kerri J. Molloy, Assistant Professor of Native American and Indigenous Studies, San José State University, su The Conversation, per gran parte della storia statunitense, il governo federale non si è limitato a ignorarle, ma ha cercato apertamente di sopprimerle. Il Religious Crimes Code del 1883 colpì cerimonie come la Sun Dance e criminalizzò l’attività dei guaritori tradizionali. Le boarding schools strapparono generazioni di bambini alle loro famiglie con l’obiettivo dichiarato di sostituire lingue, culture e pratiche spirituali native con l’inglese e il cristianesimo.
Quando, nel Novecento, gli Stati Uniti iniziarono lentamente a riconoscere la libertà religiosa dei popoli indigeni, emerse un altro problema: le istituzioni americane avevano imparato a riconoscere come “religione” soprattutto ciò che assomigliava al protestantesimo. Un insieme di credenze individuali, una comunità volontaria, un clero, un luogo di culto, possibilmente un testo sacro.
Molte tradizioni native non separano però nello stesso modo religione, territorio, vita collettiva e identità politica. Un luogo sacro non è necessariamente uno spazio nel quale si può scegliere di celebrare una cerimonia, sostituibile con un altro luogo equivalente. Può essere parte costitutiva della cerimonia stessa.
Questa difficoltà divenne evidente nel 1988, quando la Corte Suprema decise il caso Lyng v. Northwest Indian Cemetery Protective Association. Alcune nazioni native della California settentrionale si opponevano alla costruzione di una strada federale attraverso un’area essenziale per le loro pratiche religiose. Lo stesso governo aveva riconosciuto che il progetto avrebbe danneggiato gravemente quelle pratiche. La Corte stabilì tuttavia che non vi fosse una violazione della libertà religiosa, perché lo Stato non costringeva nessuno a rinunciare alla propria fede: stava semplicemente utilizzando un terreno di sua proprietà.
Dal punto di vista dei giudici, nessuno impediva formalmente ai fedeli di credere. Dal punto di vista delle comunità coinvolte, lo Stato stava distruggendo la condizione materiale che rendeva possibile la pratica. La libertà religiosa esisteva in astratto, mentre scompariva il luogo senza il quale non poteva essere esercitata. Anche su queste pagine, abbiamo già visto in passato vicende del genere.
La cancellazione di una voce da un database non è paragonabile alla distruzione di un sito sacro. Ma entrambe le vicende ruotano intorno alla stessa domanda: che cosa deve essere capace di vedere un’istituzione per poter proteggere una religione?
Quando la visibilità diventa una minaccia
A pochi giorni di distanza dall’articolo sui codici del Pentagono, Religion News Service ha raccontato una storia quasi speculare. In Texas, un’organizzazione musulmana non sta diventando invisibile. Sta diventando visibile in un unico modo: come minaccia.
Il 22 giugno, Shaimaa Zayan, responsabile operativa della sezione di Austin del Council on American-Islamic Relations, si è presentata davanti allo State Board of Education del Texas per testimoniare durante una riunione pubblica. Prima che potesse parlare, Brandon Hall, membro repubblicano del consiglio, ha chiesto al presidente se fosse possibile consentire a una rappresentante di una “organizzazione terroristica straniera” di rivolgersi all’assemblea.
Il presidente ha risposto che Zayan aveva il diritto di parlare in base al Primo Emendamento. Hall ha allora annunciato che non l’avrebbe ascoltata ed è uscito dalla sala.
Il riferimento era a un provvedimento emanato nel novembre del 2025 dal governatore Greg Abbott, che ha designato CAIR come organizzazione terroristica straniera. CAIR non compare però nell’elenco delle organizzazioni terroristiche straniere compilato dal Dipartimento di Stato, l’autorità federale a cui spetta ufficialmente questo genere di designazione. L’organizzazione ha respinto le accuse e ha contestato il provvedimento in tribunale.
Il punto più interessante della vicenda non riguarda soltanto la fondatezza giuridica dell’ordine di Abbott. Riguarda ciò che un’etichetta simile riesce a produrre prima ancora che un tribunale stabilisca se sia legittima.
CAIR è una delle principali organizzazioni statunitensi impegnate nella difesa dei diritti civili dei musulmani. Da decenni promuove cause contro discriminazioni e abusi governativi, svolge attività di lobbying e collabora con moschee, associazioni e gruppi interreligiosi. In Texas, dopo il provvedimento del governatore, alcune di queste relazioni hanno iniziato a incrinarsi.
Secondo i responsabili locali di CAIR, diverse organizzazioni musulmane hanno smesso di invitarne i rappresentanti o hanno chiesto che la loro partecipazione agli eventi non venisse pubblicizzata. Alcuni dirigenti di moschee hanno preferito non parlare pubblicamente con i giornalisti. Il timore non è necessariamente quello di essere condannati per qualche reato. È quello di attirare indagini, richieste di documenti, costi legali o semplicemente una forma di attenzione politica che comunità spesso finanziariamente fragili non possono permettersi di affrontare.

La categoria di “organizzazione terroristica” non rimane quindi confinata a CAIR. Si estende per prossimità. Colpisce chi la invita, chi la finanzia, chi collabora con essa e, potenzialmente, chiunque venga percepito come parte dello stesso ambiente religioso e politico.
L’ordine di Abbott menziona infatti non soltanto CAIR e la Muslim Brotherhood, ma anche coloro che ne promuoverebbero o sosterrebbero le attività. Prevede inoltre restrizioni sull’acquisto di terreni, un elemento particolarmente inquietante per le comunità che devono costruire moschee, scuole o centri culturali. L’amministrazione texana ha utilizzato l’accusa di legami con CAIR anche per mettere in discussione l’accesso di alcune scuole islamiche al programma statale dei voucher.
Nel racconto di RNS, alcuni dirigenti musulmani spiegano di avere deciso di “aspettare che passi la tempesta”. È precisamente questo uno degli effetti più potenti di una categoria securitaria: non ha bisogno di trasformarsi immediatamente in una condanna. Può indurre le persone a prendere le distanze, interrompere collaborazioni e ridurre autonomamente la propria presenza pubblica.
Il sospetto diventa così una forma di governo.

Due forme opposte di invisibilità
Da una parte, il Pentagono elimina una categoria specifica perché utilizzata da un numero relativamente ridotto di persone. Le religioni native vengono assorbite in una voce residuale, insieme a tradizioni molto diverse tra loro. La loro presenza diventa più difficile da misurare e le loro esigenze più difficili da programmare.
Dall’altra, il governo del Texas attribuisce a un’organizzazione musulmana una categoria estremamente specifica e politicamente devastante. La sua presenza diventa impossibile da ignorare, ma può essere letta soltanto attraverso il vocabolario del terrorismo, della slealtà e dell’infiltrazione.
Nel primo caso, la minoranza religiosa è troppo piccola per meritare una casella. Nel secondo è abbastanza grande, organizzata e politicamente attiva da essere trasformata in un pericolo.
Le due storie non sono equivalenti. La repressione delle religioni native affonda le radici nella conquista coloniale, nell’espropriazione territoriale e nel tentativo di dissolvere intere nazioni. Il sospetto rivolto alle organizzazioni musulmane deriva da una storia differente, segnata dalla guerra al terrorismo e dalla persistente rappresentazione dei musulmani americani come cittadini la cui lealtà deve essere continuamente dimostrata.
Ciò che le accomuna è il potere delle classificazioni.
Il potere di dare un nome
Le categorie amministrative vengono spesso presentate come strumenti neutri. Un database deve necessariamente semplificare. Un governo deve distinguere tra organizzazioni legittime e minacce alla sicurezza. Ma nessuna categoria si limita a descrivere una realtà già esistente. Ogni classificazione rende alcune cose visibili e ne nasconde altre, stabilisce somiglianze e differenze, distribuisce risorse e sospetti.
Definire una religione “altra” significa dichiarare che le sue caratteristiche specifiche non sono rilevanti per il funzionamento dell’istituzione. Definire un’organizzazione “terroristica” significa invece rendere irrilevanti tutte le altre sue caratteristiche: l’attività legale, il lavoro per i diritti civili, la rappresentatività, il radicamento nelle comunità.
Una viene privata del proprio nome. L’altra viene ridotta a un solo nome.
Per questo la libertà religiosa non comincia soltanto quando un tribunale decide se una pratica possa essere vietata o se un individuo abbia il diritto di professare una fede. Comincia molto prima, nei moduli, nei database, nei criteri statistici, nelle classificazioni di sicurezza e nelle parole con cui lo Stato decide di vedere la religione.
Non essere riconosciuti può significare non ricevere protezione. Essere riconosciuti nel modo sbagliato può significare dover essere protetti dallo stesso Stato che ci ha dato un nome.
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