Il Vangelo secondo Talarico
L'astro nascente dei Dems è un seminarista texano?
Un ex presidente democratico e un seminarista texano entrano in una taqueria.
Non è l’inizio di una barzelletta. È una scena reale accaduta ad Austin qualche settimana fa, quando Barack Obama e James Talarico, candidato democratico al Senato, si sono fermati a mangiare tacos durante una tappa della campagna elettorale.
Per qualche giorno, però, il dettaglio più discusso non è stato Obama né il fatto che Talarico stia cercando di diventare il primo democratico eletto in Texas da oltre trent’anni.
È stato il taco che ha ordinato.
Due potato-egg-and-cheese tacos. Patate, uova e formaggio.
Una scelta apparentemente innocua che ha generato una piccola polemica tutta texana. C’era chi la considerava troppo banale. Chi sosteneva che un vero texano avrebbe ordinato altro. Chi ironizzava sul fatto che sembrasse il taco di qualcuno che non ama davvero la carne. Qualcuno ci ha letto una metafora della sua politica: una posizione intermedia, sospesa tra mondi diversi.
Sembrava una di quelle discussioni destinate a consumarsi nel giro di ventiquattr’ore.
Poi è arrivato Donald Trump.
Nel giro di pochi giorni Talarico è diventato “il vegano”: quello che non mangia carne, quello che crede in sei generi, quello che non può vincere in Texas.
Il problema è che Talarico non è vegano. Mangia carne, mangia barbecue e ha persino risposto alle accuse dicendo di mangiarne «da prima della prima incriminazione di Ken Paxton» — una battuta che, oltre a smentire l’etichetta, gli permetteva di ricordare agli elettori la lunga storia di scandali e problemi giudiziari del suo avversario repubblicano.
Ma naturalmente non era questo il punto.
Il punto non era stabilire cosa mangiasse. Il punto era costruire un’immagine.
Pochi giorni dopo Trump ne ha costruita un’altra. Lo ha paragonato ad Alfred E. Neuman il volto storico della rivista satirica Mad Magazine, una delle caricature più riconoscibili della cultura popolare americana. Poi è andato oltre. In un messaggio pubblicato dopo la vittoria di Paxton alle primarie repubblicane, ha definito Talarico addirittura “insulting to Jesus Christ”. È una formula che colpisce perché va oltre la normale critica politica. Non contesta una proposta o una posizione specifica — non che da Trump ci si aspetti grande precisione argomentativa — ma la stessa pretesa di Talarico di parlare da cristiano.
A prima vista sembrano attacchi casuali: un taco, il vegetarianismo, una vignetta, una battuta su Gesù. In realtà raccontano tutti la stessa storia. La battaglia politica che si sta sviluppando intorno a James Talarico non riguarda soltanto le sue idee. Riguarda il tentativo di stabilire che tipo di persona possa essere considerata autenticamente texana, autenticamente americana e, soprattutto, autenticamente cristiana.
Lo stesso meccanismo si vede anche su altri temi. Quando Talarico ha proposto di pensare al confine con il Messico come al portico di una casa — con un grande tappetino di benvenuto davanti alla porta e una serratura sulla porta stessa — stava cercando di tenere insieme accoglienza e controllo. Nella caricatura dei suoi avversari, però, quella posizione è diventata semplicemente “open borders”. Una sfumatura viene trasformata in un’etichetta; una metafora, in una prova d’accusa.
Nel caso di Talarico, però, il problema è più specifico. Non è soltanto un democratico in Texas. È un democratico, texano e cristiano.
Non nel senso generico in cui molti politici americani dichiarano di esserlo, come tratto biografico rassicurante o certificato morale da esibire in campagna elettorale. Talarico sta provando a usare il cristianesimo come grammatica politica: non la fede come accessorio, non la Bibbia come citazione ornamentale, ma un linguaggio attraverso cui interpretare povertà, immigrazione, scuola pubblica, potere economico e democrazia. Un tentativo esplicito di ridefinire che cosa voglia dire parlare cristianamente nello spazio pubblico americano.
Talarico non reagisce al nazionalismo cristiano prendendo le distanze dalla religione. Fa l’opposto: entra nel linguaggio religioso e prova a contenderne il significato. La sua frase più citata riassume bene il progetto: «La cosa più vicina al Regno dei Cieli che abbiamo è una democrazia multirazziale e multiculturale». Sembra una formula da comizio, e in parte lo è. Ma è anche un gesto teologico-politico preciso: prende una categoria cristiana — il Regno di Dio — e la traduce in pluralismo democratico, spostando il cristianesimo dal campo dell’ordine, della nazione e della purezza verso quello della convivenza, della giustizia sociale e della democrazia.
È qui che Talarico diventa un caso. Non perché citi la Bibbia. I politici americani lo fanno continuamente. Ma perché la cita per dire cose che una parte della destra religiosa ha lavorato a rendere quasi irriconoscibili come cristiane.
Talarico ha trentasette anni, è deputato statale ad Austin, viene dal mondo dell’educazione, ha un master ad Harvard ed è in pausa dal seminario presbiteriano della città, dove gli manca circa un anno per completare il percorso verso l’ordinazione.
Prima ancora di diventare candidato al Senato era già una figura osservata con curiosità. Nel 2023 Politico lo descriveva come un aspiring preacher che divideva le sue giornate tra il Campidoglio texano e le lezioni di Nuovo Testamento, trasformando il retro del proprio pick-up in una sorta di camerino tra chiesa e politica: jeans da seminarista, completo da legislatore, Bibbia annotata e stivali texani.
L’immagine è quasi troppo perfetta per essere vera. Eppure coglie qualcosa di essenziale. Talarico non tratta la religione come una dimensione privata da affiancare alla politica. La usa come linguaggio politico.
La sua notorietà nazionale nasce proprio da qui. Nel 2023, durante il dibattito su una legge che avrebbe imposto l’esposizione dei Dieci Comandamenti nelle scuole pubbliche del Texas, si rivolse alla promotrice repubblicana del provvedimento, Candy Noble, riconoscendone la sincera fede cristiana per poi definire la proposta non solo incostituzionale e antiamericana, ma anche «profondamente anticristiana». La accusò di trasformare la religione in uno strumento di ostentazione pubblica e citò il Vangelo di Matteo contro l’ipocrisia di chi prega per essere visto.
Il video divenne virale.
Pochi giorni dopo, all’indomani della sparatoria di massa di Allen, pronunciò un’altra frase destinata a circolare ampiamente: «C’è qualcosa di profondamente cinico nel chiedere a Dio di risolvere un problema che noi non siamo disposti a risolvere».
In entrambi i casi colpiva lo stesso elemento. Talarico non criticava la religione in politica. Criticava un certo uso della religione in politica. Non contestava la Scrittura, ma il modo in cui viene selettivamente mobilitata per legittimare il potere. Non attaccava il cristianesimo pubblico; attaccava la sua riduzione a simbolo identitario. È una dinamica che si ripete spesso nel suo modo di parlare. Talarico non contesta i repubblicani cristiani dicendo che sono troppo religiosi. Li contesta dicendo che non lo sono abbastanza, o che lo sono nel modo sbagliato.
Da qui nasce anche quella che ha chiamato Friendship Agenda, un programma costruito attorno al motto storico del Texas, friendship. Amicizia economica, amicizia politica, amicizia sociale. Riduzione del debito medico, sanità più accessibile, alfabetizzazione digitale, riforme democratiche. Per Talarico l’amicizia non è una metafora sentimentale. È una categoria politica e religiosa insieme, il contrario della frammentazione prodotta da decenni di guerre culturali e crescente atomizzazione sociale.
In una delle sue formulazioni più significative, Talarico spiega che la parola “religione” significa letteralmente ricollegare, ricucire, rimettere insieme. È un’etimologia discussa, ma politicamente rivelatrice. La religione, ai suoi occhi, non è anzitutto un marchio identitario. È una pratica di riconnessione. La fede dovrebbe servire a ricomporre un corpo sociale frammentato da polarizzazione, sfiducia e guerre culturali.
Questo, però, non significa eliminare il conflitto.
Talarico ricorre spesso a un’immagine semplice: se un amico ubriaco sta per mettersi alla guida, togliergli le chiavi può sembrare un gesto ostile, ma è in realtà una forma di cura. «Part of being a good friend is calling out their bullshit». L’amicizia non coincide con la complicità. E l’amore non coincide con l’assenza di scontro.
È forse questo l’aspetto più interessante della sua proposta politica. Talarico non contrappone amore e conflitto. Sostiene piuttosto che una democrazia sana debba essere capace di attraversare il conflitto senza trasformarlo in disumanizzazione. Per questo insiste che Trump e Paxton sono sintomi, non la malattia. Il problema è più profondo: un sistema politico ed economico che produce continuamente rabbia, alienazione e divisione.
Da qui nasce anche una delle sue affermazioni più controintuitive: anche Donald Trump è fatto a immagine di Dio.
Per molti democratici è una frase quasi irritante. Ma è precisamente lì che si coglie la differenza tra una postura morale e una semplice strategia comunicativa. Riconoscere l’umanità dell’avversario non significa assolverlo. Significa rifiutare che la politica si trasformi nella negazione dell’altro. È una posizione cristiana piuttosto elementare, e forse proprio per questo oggi appare radicale.
Nel profilo che gli ha dedicato il New Yorker, Talarico emerge come una figura costruita attorno a tensioni difficili da tenere insieme: fede e potere, ambizione e mitezza, conflitto e riconciliazione. Anche il suo populismo segue questa logica.
La divisione fondamentale del paese, sostiene, non è tra destra e sinistra ma tra alto e basso. I miliardari vogliono che gli elettori guardino continuamente ai conflitti culturali per evitare che guardino verso chi concentra ricchezza e potere. Le culture wars servono anche a questo: trasformare il malessere economico in ostilità reciproca.
È una retorica populista, ma molto diversa da quella trumpiana. Il nemico non è l’immigrato, la persona trans, l’élite culturale urbana o qualche altra minoranza simbolica. Il bersaglio sono i super PAC, la concentrazione della ricchezza, la corruzione e l’influenza sproporzionata del denaro sulla politica. In uno dei passaggi più interessanti del profilo, Talarico osserva che forse ogni coalizione politica ha bisogno di un nemico comune. Ma quel nemico non dovrebbe essere “uno di noi”. Se gli esseri umani hanno bisogno di un antagonista, dice in sostanza, è meglio rivolgere il conflitto verso strutture di potere piuttosto che verso gruppi vulnerabili.
Anche qui ritorna la sua critica al nazionalismo cristiano. Il problema, per Talarico, non è che la religione entri nella politica. È che venga piegata a giustificazione del potere. Quando afferma che alcuni conservatori «battezzano il loro partigianismo e lo chiamano cristianesimo», non sta opponendo fede e politica. Sta sostenendo che una parte della destra religiosa ha trasformato il cristianesimo in una copertura sacrale per un progetto politico già deciso in partenza.
Il Texas è il luogo perfetto per mettere alla prova questa lingua politica. Non elegge un senatore democratico dal 1988. È uno stato enorme, demograficamente composito, attraversato da trasformazioni profonde ma ancora saldamente repubblicano. È anche uno dei luoghi in cui la sovrapposizione tra cristianesimo pubblico, cultura conservatrice e politica MAGA appare più sedimentata. Qui la Bibbia entra nei programmi scolastici, i Dieci Comandamenti diventano oggetto di battaglia legislativa e l’idea stessa di “valori cristiani” sembra avere una traduzione politica quasi automatica.
Talarico entra esattamente lì. Non contro la religione, ma dentro la religione. Non contro i cristiani, ma contro l’idea che una sola parte politica possa stabilire che cosa sia il cristianesimo pubblico.
Per questo gli attacchi che riceve sono così rivelatori. La destra non lo contesta soltanto come progressista. Lo contesta come cristiano. Lo accusa di essere un eretico, un cristiano woke, un falso credente che userebbe la Bibbia per coprire una politica di sinistra. In alcuni ambienti protestanti conservatori si è arrivati persino a invocare la sua morte o una sua “crocifissione” spirituale. Talarico ha risposto nel modo più talarichiano possibile: «Voi potete pregare per la mia morte, ma io vi amo ancora. Vi amo più di quanto voi possiate odiarmi».
Qui emerge una questione più ampia. Nello spazio pubblico americano non basta parlare da cristiano: bisogna essere riconosciuti come tale. E questa riconoscibilità non è distribuita in modo neutro. Un cristianesimo conservatore, nazionalista, centrato su aborto, genere, scuola, confini e ordine appare immediatamente leggibile come religione. Un cristianesimo progressista, concentrato su povertà, disuguaglianza, immigrazione, cura e giustizia sociale, deve invece continuamente dimostrare di essere davvero cristiano e non semplicemente politica progressista travestita da fede.
È il paradosso della religious left americana. Esiste da sempre, ma ogni volta che riappare viene trattata come una novità.
In realtà il Social Gospel aveva già provato, tra Ottocento e Novecento, a tradurre il cristianesimo in linguaggio di riforma sociale. Le chiese nere hanno costruito alcune delle più importanti tradizioni religiose progressiste della storia americana. E l’attivismo faith-based su povertà, welfare, immigrazione, diritti civili e pena di morte non è mai scomparso. Eppure, nel discorso pubblico nazionale, “religione in politica” continua spesso a significare una sola cosa: destra cristiana.
Per questo Talarico è interessante, ma non perché sia unico. Una delle critiche più intelligenti emerse durante la primaria democratica riguardava proprio il rischio di presentarlo come colui che starebbe “riportando” la religione nel Partito Democratico, quando figure come Raphael Warnock portano avanti da anni tradizioni religiose progressiste molto più radicate.
L’obiezione è legittima. E allo stesso tempo aiuta a capire il fenomeno Talarico. Non conta perché inventa qualcosa di nuovo. Conta perché rende visibile una tensione che esiste da tempo: chi può parlare a nome del cristianesimo americano? Quali forme di fede vengono riconosciute come religione legittima e quali vengono liquidate come semplice politica con una vernice biblica?
La sua candidatura pone questa domanda in forma elettorale. Non stiamo parlando di un attivista religioso locale, di un predicatore progressista o di un intellettuale cristiano di sinistra. Stiamo parlando del candidato democratico al Senato in Texas. Dopo la vittoria nella primaria contro Jasmine Crockett, Talarico non è più soltanto una figura curiosa da lungo profilo del New Yorker. È il volto democratico di una delle corse più osservate del 2026.
Dall’altra parte c’è Ken Paxton, procuratore generale del Texas, alleato di Trump e simbolo del trumpismo texano. Un politico sopravvissuto a scandali, impeachment e accuse che avrebbero probabilmente distrutto molte altre carriere. Dopo una primaria feroce contro il senatore uscente John Cornyn, Paxton ha conquistato la nomination repubblicana e, paradossalmente, ha riacceso le speranze democratiche. Nessuno pensa che il Texas sia diventato improvvisamente contendibile. Ma diversi osservatori hanno notato che un candidato così polarizzante potrebbe offrire ai democratici la migliore opportunità vista da anni in una corsa statale.
È qui che il caso Talarico diventa particolarmente interessante. La domanda non è più soltanto se il suo linguaggio sia coerente o suggestivo. La domanda è se possa vincere. Il New Yorker torna continuamente su questa tensione. Talarico parla di amore, guarigione, compassione, riconciliazione. Il suo staff, invece, sa bene che la politica contemporanea premia spesso altro: aggressività, semplificazione, viralità, conflitto permanente. I consulenti vorrebbero che parlasse più spesso di inflazione, costo della vita, prezzi dei generi alimentari. Lui torna sempre a healing. Guarigione. A un certo punto scherza che tutta la sua campagna è about weeping.
Anche la sua biografia aiuta a capire questa sensibilità. Prima della politica ha insegnato in una zona povera di San Antonio. Ha raccontato spesso di studenti lasciati indietro da scuole prive di risorse e di ragazzi che avrebbero avuto bisogno di sostegno psicologico senza poterlo ricevere. È lì che fede, giustizia sociale e politica iniziano a sovrapporsi nella sua esperienza. Non come teoria, ma come problema concreto.
Lo stesso vale per il diabete che gli fu diagnosticato nel 2018 dopo una campagna elettorale particolarmente intensa. L’esperienza personale lo spinse a impegnarsi sul costo dell’insulina, contribuendo all’approvazione di una legge che ne limitava i co-pay mensili a venticinque dollari.
Sono dettagli importanti perché impediscono di leggere Talarico soltanto come un predicatore della riconciliazione. Dietro il linguaggio morale c’è una politica molto concreta: scuola pubblica, sanità, debito medico, salari, immigrazione, corruzione, finanziamento della politica. Il cristianesimo non sostituisce questi temi. Serve piuttosto a organizzarli dentro una cornice morale più ampia.
Eppure la forma conta. Forse più di quanto molti democratici siano disposti ad ammettere.
La primaria democratica contro Jasmine Crockett ha reso visibile una differenza che va oltre il Texas.
Crockett e Talarico hanno posizioni politiche molto simili. La distanza tra i due è soprattutto una distanza di stile. Crockett appartiene a una politica dell’attacco, della risposta immediata, della viralità. È abilissima nel linguaggio dei social e nella logica del conflitto permanente. Talarico rappresenta un’altra ipotesi: persuasione, ascolto, costruzione di coalizioni più ampie, rifiuto di trasformare ogni avversario in un nemico assoluto. Non perché sia moderato. Su molti temi è chiaramente progressista. Ma perché rifiuta l’idea che il trumpismo possa essere sconfitto semplicemente imitandone la forma morale.
La domanda, naturalmente, è se questa strategia possa funzionare.
Il risultato della primaria suggerisce che non si tratti soltanto di un esercizio retorico. Talarico ha raccolto fondi, attirato attenzione nazionale, costruito un seguito online significativo. È passato da Joe Rogan a Fox News senza perdere credibilità presso il proprio elettorato. Ha mostrato che un democratico progressista, religioso e populista sul piano economico può almeno diventare competitivo.
Ma vincere una primaria democratica non significa vincere il Texas.
La campagna generale è già iniziata secondo uno schema prevedibile. Il seminarista diventa un fanatico woke. Il cristiano progressista diventa un anti-cristiano. La compassione diventa debolezza. La mitezza diventa sospetta. Qualunque elemento biografico — perfino un taco o una presunta scelta alimentare — può essere trasformato in prova di estraneità culturale.
È qui che la candidatura di Talarico assume un significato più ampio del suo stesso destino elettorale. La questione non è soltanto se possa vincere un seggio al Senato. È se una forma diversa di linguaggio politico possa diventare efficace senza rinunciare a se stessa.
Verso la fine del profilo che gli ha dedicato il New Yorker, Talarico riflette sul rapporto tra integrità morale e potere. Dice che preferirebbe essere semplicemente membro della sua chiesa piuttosto che senatore. Ma aggiunge che vincere conta, perché la democrazia americana attraversa una fase pericolosa. È il dilemma classico di ogni politica morale: fino a che punto è lecito sporcarsi per ottenere un fine considerato giusto?
La sua risposta passa attraverso la tentazione di Cristo nel deserto. Il diavolo offre a Gesù tutti i regni del mondo. Il problema, suggerisce Talarico, non è il potere in sé. È il prezzo che si accetta di pagare per ottenerlo. Per questo insiste che i mezzi sono già parte del fine. Non può esistere una politica della compassione costruita attraverso la crudeltà. Non può nascere una democrazia più sana da strumenti interamente corrotti. E non può sopravvivere un Vangelo politico che finisca per adottare la stessa logica di potere che pretende di contestare.
È una posizione difficile. Il rischio è che tutto resti testimonianza: una bella storia, un profilo da rivista, un candidato capace di ispirare ma non di vincere. Talarico sembra credere che sia possibile qualcosa di diverso. Che l’America stia arrivando alla fine di un ciclo politico e culturale e che, dopo anni di polarizzazione permanente, possa emergere una domanda nuova di comunità, servizio, onestà e responsabilità reciproca.
Ha ragione? Non lo sappiamo ancora. Ma è per questo che la sua candidatura conta. Non perché sia necessariamente il futuro del Partito Democratico. È troppo presto per dirlo. Conta perché rende visibile una delle domande che la politica americana non può più evitare: se il cristianesimo pubblico appartenga per definizione alla destra religiosa, oppure se possa ancora parlare un’altra lingua.
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